L’usa e getta con cui abbiamo imparato a rapportarci con le cose è diventato uno stile di vita che ci caratterizza anche nelle relazioni.

La parola “servo” si fa risalire etimologicamente a due significati. Il primo, “legato”, viene dal greco Seira che significa corda o fune, da cui il latino Sero che ha a che fare col concetto di annodare, connettere. Il secondo significato è dato dal latino “serbare” che significa conservare, custodire, mettere da parte per uno scopo. Entrambi i significati si accavallano se è vero che ancora oggi per esprimere l’idea di qualcosa che è stata messa da parte per uno scopo diciamo che è “legata” a quel determinato obiettivo.
Credo, pertanto, che oggi possiamo leggere in questo senso la Parola di Gesù che di sé stesso dice di non essere “venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).
Gesù si è legato a noi – anzi, è il Padre che lo ha legato, lo ha inviato a noi – per uno scopo ben preciso: dare la sua vita in riscatto per molti.
Ai suoi discepoli e a quanti tra noi intendono mettersi dal lato di chi lega gli altri a sé per i propri comodi interessi, chiede invece di lasciarsi legare partecipando alla sua stessa missione: chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore.
C’è una bella differenza tra chi lega gli altri a sé e chi si lega agli altri volontariamente! Oggi viviamo in una società dove i legami sono o imposti con prepotenza e che possono anche sfociare nella violenza (vedi i tanti episodi di cronaca di femminicidio) oppure, al contrario, sono vissuti in maniera “liquida” per dirla alla Bauman. La liquidità dei legami tra gli uomini, che caratterizza la modernità, è “la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”.
Umberto Eco così spiegava il concetto di modernità liquida di Zygmunt Bauman: “Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo soggettivismo ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo”.
Di questo “consumo” non sono vittima solo gli oggetti di uso quotidiano, ma anche le persone. L’usa e getta con cui abbiamo imparato a rapportarci con le cose è diventato uno stile di vita che ci caratterizza anche nelle relazioni. Ci si mette poco a dimenticare i benefici ricevuti dalle cose e dalle persone, cestinandole e rimpiazzandole con altre alla prima difficoltà. Basta un piccolo problema e non si tenta più, come in passato, di riparare ciò che non funziona, si butta e basta. Proprio facendo leva su questo nostro modo di agire, le industrie dell’elettronica hanno ben pensato di sfruttarlo a proprio vantaggio con la cosiddetta “obsolescenza programmata”: le apparecchiature elettroniche sono programmate al loro interno, all’insaputa degli acquirenti, per durare per un periodo prefissato. Poi bisogna sostituirle.
Di questa pianificazione non siamo, in quanto persone, solo vittime consapevoli, ma anche carnefici. Le relazioni amicali, parentali e affettive sono programmate “finché dura”, come nelle attuali convivenze giovanili, finché non insorgono problemi, finché si risiede in un determinato posto, finché ne posso trarre profitto, finché non se ne viene a noia…; poi si passa ad altre relazioni, cestinando le prime.
Il legarsi “per sempre” a qualcosa o a qualcuno fa paura. Oggi sono pochi quelli che “sposano” una causa o si legano a qualcuno “per sempre”, costi quel che costi, e quei pochi che lo fanno la nostra società li acclama eroi o li allontana come pazzi, illusi e masochisti.
Gesù, al contrario, ha sposato la causa della nostra salvezza legandosi ad ognuno di noi. Il suo Regno non è liquido, ma solido e duraturo. È difficile entrare in questa logica di cui tutti sentiamo nostalgia ma sappiamo bene richiedere sacrificio e umiltà. Siamo persone, non prodotti “usa e getta”, e sappiamo bene quanta sofferenza ci provoca l’essere usati e gettati via nel tritarifiuti dell’indifferenza.
Oggi Gesù ci tende la sua mano chiedendoci di stringerla in una presa forte e duratura e di tendere allo stesso modo l’altra nostra mano ai fratelli, come quando, in cordata sulla montagna, ci si lega gli uni gli altri affinché nessuno, scivolando, vada perduto.
fra’ Saverio Benenati, OFM Conv.
(commento alle letture del Mercoledì della II settimana di Quaresima)

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