Come l’arcobaleno, che brilla tra le nubi luminose, portando in se stesso il segno del patto con il Signore, Francesco annunciò agli uomini il vangelo della pace e della salvezza.

Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-30)

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

In questa giornata in cui si ricorda il Patrono d’Italia, il santo più amato dai cristiani e non solo, vi proponiamo due omelie: quella proclamata da Papa Francesco in Assisi il 4 ottobre 2013 e quella del Card. Martini, sempre in Assisi, il 4 ottobre 1995.

PAPA FRANCESCO (Assisi, 4 ottobre 2013)

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).

Pace e bene a tutti! Con questo saluto francescano vi ringrazio per essere venuti qui, in questa Piazza, carica di storia e di fede, a pregare insieme.
Oggi anch’io, come tanti pellegrini, sono venuto per rendere lode al Padre di tutto ciò che ha voluto rivelare a uno di questi “piccoli” di cui ci parla il Vangelo: Francesco, figlio di un ricco commerciante di Assisi. L’incontro con Gesù lo portò a spogliarsi di una vita agiata e spensierata, per sposare “Madonna Povertà” e vivere da vero figlio del Padre che è nei cieli. Questa scelta, da parte di san Francesco, rappresentava un modo radicale di imitare Cristo, di rivestirsi di Colui che, da ricco che era, si è fatto povero per arricchire noi per mezzo della sua povertà (cfr 2 Cor 8,9). In tutta la vita di Francesco l’amore per i poveri e l’imitazione di Cristo povero sono due elementi uniti in modo inscindibile, le due facce di una stessa medaglia.

Che cosa testimonia san Francesco a noi, oggi? Che cosa ci dice, non con le parole – questo è facile – ma con la vita?

1. La prima cosa che ci dice, la realtà fondamentale che ci testimonia è questa: essere cristiani è un rapporto vitale con la Persona di Gesù, è rivestirsi di Lui, è assimilazione a Lui.
Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Lui. Francesco ha fatto questa esperienza in modo particolare nella chiesetta di san Damiano, pregando davanti al crocifisso, che anch’io oggi potrò venerare. In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo! Il sangue scende dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato, ma quel sangue esprime vita. Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati: uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso non ci parla di sconfitta, di fallimento; paradossalmente ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte. Chi si lascia guardare da Gesù crocifisso viene ri-creato, diventa una «nuova creatura». Da qui parte tutto: è l’esperienza della Grazia che trasforma, l’essere amati senza merito, pur essendo peccatori. Per questo Francesco può dire, come san Paolo: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (Gal 6,14).
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci a rimanere davanti al Crocifisso, a lasciarci guardare da Lui, a lasciarci perdonare, ricreare dal suo amore.

2. Nel Vangelo abbiamo ascoltato queste parole: «Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28-29).
Questa è la seconda cosa che Francesco ci testimonia: chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo Lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette?  Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. E’ la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro (cfr Gv 20,19.20).
La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci ad essere “strumenti della pace”, della pace che ha la sua sorgente in Dio, la pace che ci ha portato il Signore Gesù.

3. Francesco inizia il Cantico così: “Altissimo, onnipotente, bon Signore… Laudato sie… cun tutte le tue creature” (FF, 1820). L’amore per tutta la creazione, per la sua armonia! Il Santo d’Assisi testimonia il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato e come Lui lo ha creato, senza sperimentare sul creato per distruggerlo; aiutarlo a crescere, a essere più bello e più simile a quello che Dio ha creato. E soprattutto san Francesco testimonia il rispetto per tutto, testimonia che l’uomo è chiamato a custodire l’uomo, che l’uomo sia al centro della creazione, al posto dove Dio – il Creatore – lo ha voluto. Non strumento degli idoli che noi creiamo! L’armonia e la pace! Francesco è stato uomo di armonia, uomo di pace. Da questa Città della Pace, ripeto con la forza e la mitezza dell’amore: rispettiamo la creazione, non siamo strumenti di distruzione! Rispettiamo ogni essere umano: cessino i conflitti armati che insanguinano la terra, tacciano le armi e dovunque l’odio ceda il posto all’amore, l’offesa al perdono e la discordia all’unione. Sentiamo il grido di coloro che piangono, soffrono e muoiono a causa della violenza, del terrorismo o della guerra, in Terra Santa, tanto amata da san Francesco, in Siria, nell’intero Medio Oriente, in tutto il mondo.
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: ottienici da Dio il dono che in questo nostro mondo ci sia armonia, pace e rispetto per il Creato! 

Non posso dimenticare, infine, che oggi l’Italia celebra san Francesco quale suo Patrono… Preghiamo per la Nazione italiana, perché ciascuno lavori sempre per il bene comune, guardando a ciò che unisce più che a ciò che divide.

Faccio mia la preghiera di san Francesco per Assisi, per l’Italia, per il mondo: «Ti prego dunque, o Signore Gesù Cristo, padre delle misericordie, di non voler guardare alla nostra ingratitudine, ma di ricordarti sempre della sovrabbondante pietà che in [questa città] hai mostrato, affinché sia sempre il luogo e la dimora di quelli che veramente ti conoscono e glorificano il tuo nome benedetto e gloriosissimo nei secoli dei secoli. Amen» (Specchio di perfezione, 124: FF, 1824).

Card. Carlo Maria Martini (Assisi, 4 ottobre 1995)

Ricordiamo il santo Patrono d’Italia rendendo grazie a Dio, per avercelo donato come riflesso della sua gloria e facciamo l’offerta simbolica dell’olio della lampada che arderà sulla sua tomba. Riprendiamo per ordine questi due momenti. La figura di Francesco e il suo influsso nella società e nella Chiesa sono richiamati dalle tre letture della messa di san Francesco: dal libro del Siracide, dalla lettera ai Galati e dal vangelo secondo Matteo. L’ascolto di questi tre brani ci richiama successivamente che cosa ha fatto san Francesco, a quale prezzo lo ha fatto e con quale metodo. Il metodo è stato quello dell’umiltà e della semplicità, quella semplicità dei piccoli di cui parla il vangelo, dichiarando che ad essi sono rivelati i misteri del Regno. Il prezzo è stato quello della croce e delle stigmate, di cui ci parla la lettera ai Galati: “non ci sia per me altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo … io porto le stigmate di Gesù nel suo corpo”. Ciò che egli ha fatto per la Chiesa e la società del suo tempo viene suggerito dalla prima lettura con una serie di metafore. In realtà la prima lettura, tratta dal capitolo 50 del libro del Siracide (50,1.3-7) parla di un sommo sacerdote degli ultimi tempi del giudaismo prima di Cristo. In essa si fa un elogio di Onia III, operante tra il 225 e il 200 a.C. ricordato per le sue grandi opere civiche e soprattutto per il fulgore del suo sacerdozio.

Di lui il testo enumera tre opere civiche e religiose di carattere esterno e una più interiore, riguardante l’esercizio del culto. Le tre opere esteriori riguardanti la città sono la riparazione del tempio, lo scavo di un serbatoio per l’acqua piovana, “ampio come il mare”, e la fortificazione delle mura. L’opera interiore ricordata con dovizia di particolari il suo modo di vivere la grande liturgia della festa dell’espiazione, una delle feste più importanti della tradizione ebraica. Il brano termina con tre paragoni tratti dalla natura: questo sommo sacerdote fu come astro mattutino che dà sollievo quando lo si scorge tra le nubi oscure, come la luna quando è piena e illumina la notte, come il sole sfolgorante: così egli rifulse nel tempio di Dio. E’ chiaro che la liturgia evoca queste caratteristiche di un personaggio altrimenti poco noto della fine dell’Antico Testamento per richiamare alla mente alcune caratteristiche del Santo di cui celebriamo solennemente la festa. Anche di s. Francesco d’Assisi si può dire, in linguaggio figurato, che riparò il tempio, scavò un serbatoio, fortificò le mura.

La riparazione del tempio
La riparazione del tempio, della chiesa che va in rovina, fu uno dei primi modi con cui gli si svelò la sua vocazione. Dice la Leggenda maggiore di san Bonaventura: “Un giorno era uscito nella campagna per meditare. Trovandosi a passare vicino alla chiesa di san Damiano, che minacciava rovina, vecchia com’era, spinto dall’impulso delle spirito Santo, vi entrò per pregare. Pregando inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, si senti invadere da una grande consolazione spirituale e, mentre fissava gli occhi pieni di lacrime nella croce del Signore, udì con gli orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina!”. La sua prima obbedienza è di accingersi alla riparazione materiale benché, continua il biografo “la parola divina si riferisse principalmente a quella Chiesa che Cristo acquistò col suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati”.

Scavò un serbatoio
La seconda metafora biblica, quella dello scavo del grande deposito delle acque, ci richiama la straordinaria ricchezza della dottrina spirituale di Francesco, capace di dissetare la sete spirituale di uomini e donne di ogni tempo e cultura, pur essendo, come I’acqua che egli ha cantato “come molto utile ed umile e preziosa et casta”, una dottrina semplicissima, chiaro riflesso dell’evangelo.

La fortificazione delle mura
La terza metafora, della fortificazione delle mura, ci richiama la sua predilezione per quello che nella tradizione monastica è chiamato il muro di sostegno e di difesa della vita evangelica, cioè la santa povertà. Chi pensa a san Francesco d’Assisi pensa spontaneamente al suo amore per la povertà. Non per niente il più antico scritto su san Francesco (1227, a un anno dalla morte) porta il titolo di “Sacrum commercium sancti Francisci cum domina paupertate”. Tommaso da Celano riporta che fu durante la Messa del 24 febbraio 1209 che Francesco ascoltò nella cappella della Porziuncola “quelle parole che Gesù nel vangelo disse ai suoi discepoli, quando li inviò a predicare, che cioè essi non portassero con sé né oro né argento, né borsa, né pane, né bastone lungo il cammino, né scarpe e neppure due tuniche. Egli allora, continua il biografo, fu pieno di indicibile gioia ed esclamò: “E’ proprio quello che bramo realizzare con tutte le mie forze”. La parola successiva del brano del Siracide riguardante il comportamento del sommo sacerdote durante la liturgia ci richiama la grande devozione eucaristica di san Francesco. “Dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente in questo mondo se non il suo santissimo corpo e sangue”, afferma nel suo testamento. “E voglio che questi santissimi misteri – aggiunge nel testamento – sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosii”. II testo del Siracide termina con varie immagini di luminosità, delle stelle, della luna, del sole. È interessante notare che questo stesso testo del Siracide venne già utilizzato da san Bonaventura nel prologo della sua “Leggenda maggiore” dicendo: “Come la stella del mattino, che appare in mezzo alle nubi, con i raggi fulgentissimi della sua vita e della sua dottrina (Francesco) attrasse verso la luce coloro che giacevano nelle tenebre della morte; come l’arcobaleno, che brilla tra le nubi luminose, portando in se stesso il segno del patto con il Signore, annunciò agli uomini il vangelo della pace e della salvezza”.

Il significato dell’offerta dell’olio
Abbiamo richiamato, con l’aiuto dei simboli proposti dal Siracide, qualche aspetto della figura di san Francesco per rendere grazia a Dio di questo dono fatto all’Italia e al mondo. Ora volgiamo la nostra attenzione alla risposta simbolica a questo dono, cioè all’offerta dell’olio. L’olio significa sia la medicazione come la gioia e il rinnovamento. Le due cose sono molto necessarie alla nostra società.

L’olio della medicazione
È anzitutto necessario l’olio della medicazione, della riconciliazione, della pacificazione. Come abbiamo affermato noi Vescovi lombardi nel messaggio per questo pellegrinaggio francescano “molte sono le ferite ancora aperte nella coscienza collettiva del nostro popolo”. E molte sono le ferite che continuamente si aprono a seguito di sospetti, accuse, attacchi alle persone. Gravissime sono poi le ferite che le guerre e i massacri aprono nel corpo della società europea e mondiale. Pensiamo con dolore in questo momento alle sofferenze della guerra nella ex Jugoslavia, alle atrocità commesse nel Ruanda e nel Burundi, fino al massacro di tre missionari italiani qualche giorno fa.

Il desiderio di rinascita
L’olio significa anche il desiderio di rinascita sociale, politica ed evangelica che in varie forme emerge dal cuore di tutti. Esso è segno della fatica, della laboriosità, della cordialità della nostra gente: sacrificio, sofferenza, altruismo, solidarietà, volontariato sono componenti del vivere quotidiano delle nostre genti lombarde, che trovano radice profonda nella cultura cristiana che ha caratterizzato la storia passata e che ancora permea il presente. II profondo bisogno di rinnovamento che tutti avvertiamo è una risposta ai problemi personali e comunitari creati anche in terra lombarda da vuoti di idealità e di speranza, da appannamento dei valori, dalla chiusura al senso di solidarietà e di condivisione che le nostre genti lombarde da sempre hanno attinto alle profonde convinzioni religiose. Nella esortazione pastorale “La fede in Lombardia” noi vescovi lombardi abbiamo invitato a guardare con fiducia alla ricchezza di risorse umane esistente nella nostra regione, propiziata dalla fedele e generosa pratica della vita cristiana vissuta da un’intera società. Ci impegniamo, in questo pellegrinaggio di Assisi, a dare anche per il futuro il nostro contributo, ognuno dalla propria esperienza di vita, allo sforzo che la Chiesa italiana sta facendo per offrire alla società di oggi il germe del rinnovamento che consiste nell’annuncio convinto e credibile del Vangelo di Cristo, del Vangelo della carità.