La festa odierna costituisce un forte richiamo a riscoprire il santo accanto a noi, a sentirci parte di un unico corpo.

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Oggi noi celebriamo la festa di tutti i santi, facciamo memoria della comunione dei santi del cielo e della terra. Al cuore dell’autunno, dopo tutte le mietiture e i raccolti nelle nostre campagne, la chiesa ci invita a contemplare la mietitura di tutti i sacrifici viventi offerti a Dio, la messe di tutte le vite ritornate al Signore, la raccolta presso Dio di tutti i frutti maturi suscitati dall’amore e dalla grazia del Signore in mezzo agli uomini, da “Abele il giusto” (Mt 23,35; cf. Gen 4,8) fino all’ultimo uomo che è morto nell’amore di Dio.

La festa di tutti i santi è davvero un memoriale dell’autunno glorioso della chiesa, è la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che affligge il cuore dell’uomo: se non ci fossero i santi, se non credessimo “la comunione dei santi” – che non certo a caso fa parte della nostra professione di fede – saremmo chiusi in una solitudine disperata e disperante… In questo giorno dovremmo rinnovare il canto pasquale perché, se a Pasqua abbiamo celebrato il Cristo vivente per sempre alla destra del Padre, oggi, grazie alle energie della risurrezione, contempliamo quelli che sono con Cristo alla destra del Padre: i santi. Oggi siamo chiamati a cantare che i tralci, mondati e potati dal Padre sulla vite che è Cristo (cf. Gv 15,1-5), hanno dato un frutto abbondante e che questi grappoli, raccolti e spremuti insieme formano un unico vino, quello del Regno.

Grande è il mistero che celebriamo nella fede: i morti per Cristo, con Cristo e in Cristo sono con lui viventi e, poiché noi siamo membra del corpo di Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, noi siamo in comunione gli uni con gli altri, chiesa pellegrinante con chiesa celeste, insieme formanti l’unico e totale corpo del Signore. Ecco perché oggi dalle nostre assemblee sale il profumo dell’incenso, segno del legame con la chiesa di lassù, la Gerusalemme celeste che attende il completamento del numero dei suoi figli ed è vivente presso Dio, con Cristo, per sempre (cf. Gal 4,26; Eb 12,22; Ap 21,2.10).

La festa odierna costituisce inoltre un forte richiamo a riscoprire il santo accanto a noi, a sentirci parte di un unico corpo. È questa consapevolezza che ha nutrito la fede e il cammino di santità di molti credenti, dai primi secoli fino ai nostri giorni: uomini e donne “separati” dalla mondanità, capaci di vivere quotidianamente la lucida resistenza agli idoli seducenti, nella paziente sottomissione alla volontà del Signore e nel sapiente amore per ogni essere umano, immagine del Dio invisibile. Così essi divengono una presenza efficace per il cristiano e per la chiesa: “Noi non siamo soli, ma avvolti da una grande nuvola di testimoni” (Eb 12,1), con loro formiamo il corpo di Cristo, con loro siamo i figli di Dio, con loro saremo una cosa sola con il Figlio.

Si comprende allora perché il testo su cui siamo invitati a meditare sia quello delle beatitudini, le parole con cui Gesù apre il discorso della montagna (cf. Mt 5,1-7,27). Si tratta di un brano ricchissimo, che contiene in sé la promessa della salvezza definitiva e afferma che già nell’oggi vi sono alcune condizioni essenziali per il domani del Regno di Dio. Le beatitudini non predicano rassegnazione, ma suscitano una grande speranza: le situazioni di afflizione non hanno l’ultima parola sulla nostra vita, ma aprono già adesso il futuro del Regno, quel Regno di cui Gesù parla al presente nella prima e nell’ultima beatitudine. E questo per una ragione molto semplice: colui che ha vissuto in pienezza le beatitudini è Gesù Cristo. È lui il Povero, l’Afflitto, il Mite e Umile di cuore, l’Affamato e Assetato di giustizia, il Misericordioso, il Puro di cuore, l’Operatore di pace, il Perseguitato a causa della giustizia…

Gesù ha detto: “Dove sono io, là voglio che sia anche il mio servo” (Gv 12,26), e con la sua esistenza umana ha tracciato un cammino ben preciso, sul quale siamo chiamati a seguirlo; un cammino che è per noi la possibilità di sperimentare, qui e ora, le primizie del Regno. Sì, la via della santificazione consiste nel vivere come Gesù Cristo ha vissuto, perché è lui l’unico fondamento della nostra beatitudine e della nostra santità, è lui che “verrà nella gloria in mezzo ai suoi santi” (cf. 1Ts 3,13).

Enzo Bianchi