La Parola di Gesù oggi sottopone a giudizio anche noi che attraversiamo la vita con le tasche piene di pietre da lanciare contro chi ci infastidisce col suo agire.

Anche gli storici sono concordi nel dire che l’uso della lapidazione per chi veniva sorpreso in adulterio, all’epoca di Gesù era solo un vago ricordo. Quella che viene prospettata a Gesù nell’episodio di Gv 8,1-11 è appunto, come annota l’evangelista, una messa in prova con un caso da manuale.
Ma la messa in prova di Gesù si ritorce contro i presenti, già con le pietre nelle mani, e si ritorce contro ognuno di noi a secoli di distanza. La Parola di Gesù oggi sottopone a giudizio anche noi che attraversiamo la vita con le tasche piene di pietre da lanciare contro quanti ci infastidiscono col loro agire più o meno colpevole.

«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Il testimone dell’adulterio, colui che aveva “visto” il male commesso dal fratello, era chiamato ad eseguire la sentenza già prevista nella legge, scagliando per primo la pietra. Già, colui che aveva visto il peccato fuori di sé, davanti a sé e negli altri.
Gesù, come ognuno di noi, sa benissimo che ci sono tre modi di vedere il male fuori di sé. Il primo modo è di chi, pur commettendo lo stesso male, non accetta e non prende umilmente atto delle proprie debolezze e, non riuscendo ad eliminarlo dalla propria vita, scarica la propria frustrazione sugli altri. Il secondo modo è di chi, avendo lottato con dura fatica e severo giudizio contro le proprie tendenze al male, pretende altrettanto rigore morale da parte degli altri e, quando non lo riscontra, li punisce con severità. Il terzo modo è di chi ha preso coscienza delle proprie inclinazioni al male – cosa comune a tutti gli uomini – e sa usare misericordia verso gli altri così come vorrebbe gli fosse usata nelle stesse situazioni.
Gesù aveva detto in altro contesto: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Lc 6,41-42). Chi è dunque senza peccato? Chi ha avuto la capacità di togliere la trave dal proprio occhio senza essersi procurato delle ferite? Chi ha l’occhio così limpido da poter eliminare il male che ha visto?
Quel giorno restarono in quella piazza la misera e la Misericordia (sant’Agostino), la peccatrice e colui che non aveva conosciuto peccato, l’unico che aveva una visione trasparente della realtà e che sapeva bene che il male alberga in ogni uomo e che per quanto si dia da fare non riuscirà mai da solo ad estirparlo da sé e attorno a sé senza procurare altro male. Gesù è l’unico che può toglierlo di dentro e di mezzo a noi senza procurarci ulteriori ferite, mediante l’uso della misericordia: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Ma, come dicevo prima, la Parola di Gesù oggi sottopone a giudizio anche noi che attraversiamo la vita con le tasche piene di pietre da lanciare contro quanti ci infastidiscono col loro agire più o meno colpevole.
L’uso di eliminare chi si è macchiato di una colpa ai nostri occhi è un atteggiamento tipico dell’uomo di tutti i tempi e di cui ognuno di noi è reo. Eliminiamo fisicamente con la pena di morte chi si è macchiato di gravi reati e, se non lo facciamo con la pena di morte, lo facciamo esiliandolo dalla società, togliendolo dalla nostra vista con il carcere. Ma eliminiamo anche chi ci ha fatto in qualche misura del male esiliandolo dalle nostre relazioni, togliendolo dalla nostra vista, dai nostri pensieri, dai nostri sentimenti. Il non voler più vedere né sentire chi riteniamo ci abbia fatto del male è una maniera pulita di lapidare l’altro. Lo si elimina fisicamente dai nostri spazi vitali ma oggi anche dalle piazze virtuali: li blocchiamo nei nostri profili social, usiamo il meccanismo delle restrizioni affinché non vedano ciò che pubblichiamo e così, in un certo qual modo e con una certa “eleganza”, non entrino ancora a far parte delle nostre vite, e se mai ci cercano telefonicamente o in chat, si fa finta di non aver visto o di essere stati occupati in altre faccende… Pietre dell’era digitale, ma sempre pietre che scagliamo per eliminare il colpevole, pietre per scaricare sugli altri le proprie frustrazioni, pietre da lanciare contro chi ci ricorda col suo peccato quanto anche noi siamo peccatori e incapaci di non peccare, pietre che non servono ad edificare ma a demolire e distruggere, pietre che sono lastre tombali su un presente senza la speranza di un futuro, senza offrire e accogliere la possibilità di un cambiamento per gli altri e in noi stessi: così fu, così è e così continuerà ad essere.
La misericordia è invece tutta un’altra cosa: frantuma le pietre e scoperchia le tombe affinché i morti, quanti cioè abbiamo eliminato dal nostro spazio vitale, risorgano e ci aiutino ad uscire fuori dal cumulo di pietre che abbiamo accumulato e sotto cui ci siamo da noi stessi seppelliti.

fra’ Saverio Benenati, OFM Conv.
(commento al Vangelo della V Domenica di Quaresima, Anno C)

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