Non ci farà male all’inizio della Quaresima sottoporci allo stesso stress-test a cui è stato sottoposto Gesù, per valutare la qualità del nostro essere e definirci figli di Dio.

Nell’ultimo decennio è entrato nel nostro linguaggio comune l’espressione inglese “stress-test” in riferimento alle banche e che in verità conoscevamo molto bene nella sua corrispettiva italiana “prova di sforzo” che ben comprendono, ad esempio, i cardiopatici. Lo stress-test o la prova di sforzo che dir si voglia è la voluta sollecitazione di un congegno, di un insieme di procedure, di un organismo meccanico come dell’organismo umano, per verificarne l’efficienza, per avere la prova che funziona bene o meno. Lo stress-test delle banche, per esempio, serve a capire se una determinata banca è capace di far fronte alle sollecitazioni negative provenienti dal mercato monetario, se cioè, nonostante i propri crediti, spesso “deteriorati”, cioè difficilmente esigibili, ha la possibilità di corrispondere il dovuto ai suoi creditori, ai risparmiatori che ad esse hanno consegnato i propri soldi.
La prova di sforzo è pertanto, da una parte, il mettere alla prova, sollecitare, tentare volutamente un qualcosa per ottenere, d’altra parte, la prova, l’evidenza che quella determinata cosa funzioni come dovrebbe o meno.

Mi scuso per questa introduzione, ma credo fosse importante per capire l’ambivalenza delle parole “prova” e “tentazione”: entrambe portano da un lato una connotazione negativa – essere messo alla prova, essere tentato – e da un altro lato una connotazione positiva – ad esempio, averci provato o averci tentato a fare qualcosa per ottenere un risultato auspicabilmente positivo -.
Tante cose, finché non vengono provate, finché non “si tenta” di sottoporle ad uno sforzo, non è possibile valutarle dalla loro sola apparenza.
Come di un’auto, finché non si farà la “prova su strada”, sarà impossibile valutarne la stabilità o l’efficienza o la resistenza agli impatti, così di un matrimonio, finché non sarà sottoposto alla prova dell’incomprensione o del tradimento, non sarà possibile valutarne la solidità, né di un’amicizia, finché non passerà alla prova delle aspettative deluse, non sarà possibile valutarne l’incrollabilità.
Il sottomettere alla prova per avere la prova di qualcosa (la tautologia è voluta, scusatemene) porta sempre in sé una parte di sofferenza – lo stress – e una parte di soddisfazione – il risultato del test -. La valutazione, per quanto talvolta possa essere al di sotto delle aspettative o perfino negativa, è sempre qualcosa di positivo se la si vede come qualcosa di certo, una base certificata da cui ripartire, adottando le opportune misure per migliorare le prestazioni.

Detto tutto ciò, credo comprenderemo bene e meglio due espressioni che troviamo nel Vangelo della prima Domenica di Quaresima (cfr. Lc 4,1-13): il fatto che Gesù fu “guidato dallo Spirito nel deserto” in cui verrà tentato dal diavolo, e il fine della tentazione “Se tu sei il Figlio di Dio”.
Gesù, prima di iniziare il suo ministero pubblico, subisce uno stress-test al fine di valutare la sua capacità di dimostrarsi per quello che promette di essere, il Figlio di Dio.
Per sua stessa ammissione, come scopriremo più avanti nei vangeli, Gesù ha dei “crediti deteriorati” che sono rappresentati dalla sua natura umana: “lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mc 14,38; Mt 26,41). Questa sua debolezza è tale da non permettergli di manifestarsi pienamente quale Figlio di Dio? La natura umana che il Verbo ha pienamente assunto sarà di ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo che Dio si è prefisso, quello cioè di liberare l’uomo dal suo debito-peccato e dalla sua condanna alla morte?
Tre sono dunque le prove “fisiche”-umane a cui Gesù uomo-Dio viene sottoposto: la “prova degli appetiti”, che non sono solo di natura fisiologica, ma tutti quegli “appetiti della carne” che ben conosciamo, e dalla quale si valuta, si ha la prova di quanto siamo dipendenti dalla carne, dalle nostre passioni fisiche/fisiologiche, emotive e sentimentali (non per nulla le questioni psicologiche, positive o negative, hanno ripercussioni nel nostro stomaco); poi si passa alla “prova del possesso”, delle cose come delle persone, in cui si testa la nostra dipendenza da esse e il nostro vivere per esse, per cui il nostro io, la nostra personalità, si misura in base a quanto e come si posseggono le cose e si manipolano gli altri (io valgo non per ciò che sono ma per ciò che possiedo e per il potere che ho sugli altri); infine, la “prova delle idee” con cui si valuta la nostra dipendenza dalle nostre idee, dai nostri sogni, dai nostri progetti tutti umani riguardo noi stessi, gli altri, le cose e perfino Dio stesso, e che si manifesta – tale dipendenza – quando assolutizziamo i nostri modi di definire e così di rapportarci con Dio (fondamentalismi) e di conseguenza con noi stessi, gli altri e le cose.

Quale è stato il risultato dello stress-test di Gesù, effettuato nel “banco di prova” del deserto, circa il suo essere Figlio di Dio capace di portare a compimento l’ardua missione della salvezza del mondo? Positiva! Ma questo, appunto, fu un banco di prova, diremmo, in laboratorio. Verrà in seguito quella più difficile, la prova su strada: “Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato”.

Non ci farà male all’inizio di questa nostra Quaresima, sottoporci allo stesso stress-test a cui è stato sottoposto Gesù, per valutare la qualità del nostro essere e definirci figli di Dio. Supereremo le tre prove e con quali risultati? Qualunque saranno le evidenze, riconoscendo i nostri punti di forza e i nostri punti deboli, avremo un dato certo da cui ripartire per mettere mano alla nostra umanità e aggiustare quei meccanismi, quelle relazioni con noi stessi, con gli altri, con le cose e con Dio che in qualche misura si sono deteriorate. I correttivi ce li ha mostrati Gesù: saper discernere la qualità dei nostri appetiti, non idolatrare sé stessi, non assolutizzare le nostre idee. Ma soprattutto ci ha dato gli strumenti adatti: il digiuno per correggere gli appetiti, l’elemosina per non idolatrare sé stessi e la preghiera per sottometterci al Padre quale figli docili che sanno di essere amati. Buon lavoro!

fra’ Saverio Benenati, OFM Conv.
(commento alle letture della I Domenica di Quaresima, Anno C)

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