Il cristiano non è mai solo, ma grazie allo Spirito santo è dimora, casa, tempio della Presenza di Dio.

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,23-29)

«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Siamo sempre in ascolto dei «discorsi di addio» contenuti nel quarto vangelo, quelli pronunciati da Gesù alla fine della sua ultima cena con i discepoli, prima di essere arrestato sul monte degli Ulivi.

Dopo aver consegnato il comandamento nuovo (cf. Gv 13,34), Gesù ha annunciato il suo esodo da questo mondo al Padre, ma ciò suscita domande tra i discepoli: Pietro, Tommaso, Filippo e infine Giuda, «non l’Iscariota», gli chiedono di spiegare meglio le sue parole (cf. Gv 13,36-14,22). In particolare, la domanda di Giuda è quella che abita anche i nostri cuori di credenti: «Signore, perché tu ti manifesti a noi credenti e non ti manifesti pubblicamente al mondo, a tutti gli uomini?». Anche se abbiamo fede in Gesù, restiamo incapaci di assumere le conseguenze del nostro credere, del nostro aderire a lui, e così ci chiediamo: perché egli non ha compiuto segni, prodigi, azioni straordinarie, in modo da convincere tutti gli uomini? Perché ha scelto l’umiltà, la piccolezza, uno stile di voluto nascondimento? Perché non ha cercato il consenso, servendosi dei mezzi a lui disponibili per ottenere successo? Questa ottica è la stessa dei fratelli di Gesù, i quali lo avevano invitato a manifestarsi al mondo, in modo da costringere gli uomini a credere in lui mediante l’evidenza dello straordinario (cf. Gv 7,4)…

Ma Gesù delude chi ragiona in questi termini, e ribadisce che ciò che conta non è l’ampiezza del consenso, non è la quantità dei «conquistati»; no, l’importante è che vi sia un rapporto personale d’amore nei confronti di Gesù, non l’ammirazione che si può nutrire per un taumaturgo, per un operatore di miracoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora in lui». Tutto avviene in modo invisibile eppure reale, concreto, sperimentabile. Ciò che è decisivo è il rapporto di conoscenza e di amore tra il credente divenuto discepolo e Gesù, «il Signore e il Maestro» (Gv 13,14): in questo modo il credente diviene addirittura dimora di Gesù e del Padre! Sì, la vita cristiana è «vita nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3): tutto ciò è straordinario, ma non visibile agli occhi del mondo; è decisivo per la vita e la salvezza, ma non verificabile da parte degli altri; è verissimo, anzi sperimentabile alla luce della fede, ma non accertabile alla luce della visione (cf. 2Cor 5,7)…

Gesù se ne va e certamente un giorno tornerà nella gloria, alla fine della storia; allora la sua Venuta si imporrà a tutti gli uomini e a tutta la creazione. Ma nel frattempo che intercorre tra la sua morte–resurrezione e la sua Venuta finale, Gesù viene quotidianamente nel cuore del credente che ama, che compie il comandamento nuovo. E affinché questo avvenga, durante la sua assenza fisica dovuta al suo dimorare presso il Padre, vi è da parte del Padre stesso un grande dono: lo Spirito santo, colui che ha funzione di Consolatore, di difensore, di «chiamato accanto» al credente. Lo Spirito ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e fatto, rendendolo presente nella sua comunità e svolgendo la funzione di Maestro interiore capace di illuminare e guidare la vita di ogni cristiano. Nel corso della vita terrena di Gesù, i discepoli avevano il suo insegnamento diretto, ma spesso non lo capivano perché il loro cuore non era in grado di accogliere le sue parole. Ma quando lo Spirito sarà presente nel cuore dei discepoli, allora scomparirà «il cuore indurito» (cf. Mc 16,14), perché il Maestro interiore renderà «il cuore capace di ascolto» (1Re 3,9), renderà il cristiano capace di realizzare le parole di Gesù…

Insomma, il cristiano non è mai solo, ma grazie allo Spirito santo è dimora, casa, tempio della Presenza di Dio (cf. 1Cor 3,16; 6,19). Di più, lo Spirito che rende possibile questa inabitazione del Padre e del Figlio nel cuore del credente, è lo stesso che ci rende consapevoli del dono lasciatoci da Gesù: «la sua pace», cioè la vita piena da lui vissuta, la vera vita. E così quella che era la pace di Gesù è ora divenuta la nostra pace.

Enzo Bianchi