Il piccolo gregge della chiesa non deve temere nulla dall’esterno: l’unica minaccia seria può venirgli da se stesso, dalla sua incapacità di amare il Signore Gesù.

Dal Vangelo secondo Luca (12,13-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo Regno»: le parole di Gesù con cui si apre il vangelo odierno, oltre a essere di grande consolazione, sono fondamentali perché esprimono l’identità della sua comunità, quale egli la vuole e la pensa. Definendola «piccolo gregge», Gesù afferma innanzitutto che è lui il vero pastore, «il buon pastore» (Gv 10,11.14): il Padre ha posto le pecore nelle sue mani, ed egli dà loro la vita eterna (cf. Gv 10,27-30). Ma cosa significa essere «piccolo gregge»? Questa espressione non va intesa solo in senso quantitativo; il richiamo alla «piccolezza» è un monito contro la tentazione di primeggiare e di essere ammirati dagli uomini (cf. Lc 6,26): nessun orgoglio o arroganza da parte della chiesa, ma l’umiltà di chi pone la sua fiducia solo nel Padre e nel suo Regno veniente…

Da questa straordinaria parola dipende tutto il resto del brano. Gesù chiede in primo luogo ai suoi discepoli di dare in elemosina i loro beni, di condividere ciò che possiedono, senza preoccuparsi del domani (cf. Mt 6,34). Nessun accumulo di ricchezze a discapito dei fratelli può appesantire chi sa che «dove è il proprio tesoro, là è anche il proprio cuore»: la comunione con il Signore Gesù Cristo è il tesoro della propria vita. E qual è la caparra più reale del tesoro preparato per noi nei cieli, se non la gioia che nasce dal vivere già sulla terra la condivisione fraterna? Come potremo gioire alla fine dei tempi, se non sappiamo gioire qui e ora?

Se dunque Gesù è il bene prezioso della nostra vita, colui per il quale vale addirittura la pena di perdere la vita (cf. Lc 9,24), saremo anche capaci di orientare tutta l’esistenza verso la sua venuta alla fine dei tempi.Noi cristiani siamo infatti per definizione «coloro che attendono la venuta gloriosa del Salvatore Gesù Cristo» (cf. Tt 2,13), «coloro che amano la sua venuta» (cf. 2Tm 4,8)… Ciò che ci contraddistingue è l’atteggiamento della vigilanza, descritto efficacemente da Gesù: «Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a chi aspetta il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa». A questo mandato egli unisce una promessa: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà svegli; si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e li servirà». Per chi lo attende con perseveranza il Signore ripeterà i gesti compiuti nell’ultima cena, quando si è fatto servo dei suoi discepoli e ha detto loro: «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse chi sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Sì, dobbiamo sempre essere ben desti, perché il Signore Gesù, il Figlio dell’uomo, verrà nell’ora che non pensiamo, come un ladro nella notte; per chi avrà saputo attenderlo si compirà allora la sua parola: «Io preparo per voi un Regno, perché mangiate e beviate alla mia tavola» (cf. Lc 22,29-30)!

Infine, sollecitato da Pietro, Gesù trae alcune conseguenze delle sue parole per quanti nella sua comunità hanno responsabilità di guida, responsabilità «pastorali». Se tutti sono chiamati a vigilare, è però vero che il Signore, «il Pastore dei pastori» (1Pt 5,4), ha affidato ad alcuni il compito di essere amministratori fedeli e sapienti, incaricandoli di «distribuire ai loro con-servi la razione di cibo a tempo debito». Ebbene costoro, cioè i pastori della chiesa nell’oggi della storia, sappiano di essere chiamati a svolgere il loro ministero quali «servi di Cristo» (1Cor 4,1), colui che proclamabeati quei servi che, alla sua venuta, saranno trovati intenti al loro servizio. Se invece, per l’affievolirsi dell’attesa del Signore, essi acconsentono alla tentazione di spadroneggiare sul gregge loro affidato (cf. 1Pt 5,3), saranno puniti con severità; non potranno infatti dire di non essere stati avvertiti…

Il piccolo gregge della chiesa non deve temere nulla dall’esterno: l’unica minaccia seria può venirgli da se stesso, dalla sua incapacità di amare il Signore Gesù e di tenersi pronto alla sua venuta nella gloria. È questa attesa vigilante che dà senso alla nostra vita e ispira il nostro comportamento quotidiano. Lo aveva ben capito san Basilio, il quale scriveva:«Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare costantemente ed essere sempre pronto a compiere ciò che è gradito a Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene».

Enzo Bianchi