Sono pochi gli operai

Preghiamo il Signore perché ci tiri fuori dai nidi che ci siamo costruiti a nostra misura: comodi, sicuri, appaganti.

Dal Vangelo secondo Matteo (9,32-38)

In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».

Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».

 

 

Si dice spesso che in Italia – ma vale anche per altre nazioni – a fronte di tanti disoccupati ci sono molti posti di lavoro per cui non si trova gente disponibile da impiegarvi. Sono posti di lavoro che vengono considerati umilianti o non abbastanza remunerativi come ad esempio quelli di agricoltore o panettiere o operatore ecologico…

Questa premessa è significativa per comprendere ciò che Gesù dice ai suoi discepoli a fronte di immense folle di gente alla ricerca di guide, di pastori che se ne prendano cura: c’è tanto lavoro, la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai. Pregate, dunque, perché il Padre “tiri fuori” ovvero “stani” – questo il significato proprio del verbo ekbále che traduciamo con “mandare” – operai per la sua messe.
Ecco, non si tratta di pregare perché Dio “crei dal nulla” nuovi discepoli-missionari, bensì perché riesca a stanarli, a farli uscire fuori dalle loro tane, dai quei nidi in cui si sono accomodati per non assumersi la fatica della missione.

Gli operai, i missionari già ci sono, non occorre inventarseli, solo che stanno fuggendo la loro responsabilità, la fatica di mettersi al lavoro per il Signore. E non stiamo parlando solo delle nuove possibili vocazioni, ma innanzi tutto di quelle che già ci sono, cioè di quei pastori, di quei consacrati e di quei laici che non vogliono correre il rischio e la fatica della missione, dell’uscire fuori dalle chiese e dalle sagrestie per mettersi in gioco e compiere il duro lavoro del prendersi cura della vigna e delle greggi del Signore.

Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium ha elencano alcune “tentazioni degli operatori pastorali” (E.G. nn. 76-109) che li portano a fuggire la responsabilità della loro vocazione missionaria tra cui l’accidia egoistica, il pessimismo sterile e la mondanità spirituale.

Preghiamo il padrone della messe, il Signore, perché ci tiri fuori dai nidi che ci siamo costruiti a nostra misura: comodi, sicuri, appaganti. O, almeno, preghiamo perché non critichiamo, censuriamo o ostacoliamo chi invece, dandosi da fare per il Signore e realizzando la “Chiesa in uscita”, rappresenta un rimprovero alla nostra pigrizia e accidia spirituale. Sarebbe già un bel passo avanti!