Il sacramento della Riconciliazione

“L’eccellente frutto della confessione? Respirare Dio, come si respira l’aria nuova di una porta aperta per far cambiare aria nella stanza”, così lo scrittore francese di inizio ‘900, Léon Bloy, definiva il Sacramento della Riconciliazione.

Nell’immaginario, forse, tutti abbiamo ben in mente quello che – a livello figurativo-pittorico – rappresenta meglio questo momento così alto e profondo: è il quadro “Il figliol prodigo”, di Rembrandt.  Il chinarsi – in un abbraccio colmo di misericordia del padre – sul figlio, è l’immagine che meglio rappresenta ciò che spiritualmente è possibile “trovare” nella Confessione: sperimentare il perdono di Dio Abbà, Dio Padre, per ogni suo figlio che vuole riavvicinarsi al Suo Amore, dopo il pentimento sincero del proprio peccato.

L’episodio della Scrittura che ci rivela l’istituzione del Sacramento della Riconciliazione – o Confessione, che dir si voglia – è “custodito” nel Vangelo di Giovanni, al capitolo venti. Si riferisce alla “visita” di Gesù nel Cenacolo degli Apostoli, la sera del giorno della sua Resurrezione: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23).

Nel Catechismo della Chiesa cattolica, il sacramento della Penitenza è classificato tra i due sacramenti di guarigione. L’altro è l’Unzione degli infermi. L’articolo quattro del Catechismo, ci dice: “Quelli che si accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera”.

Storicamente, è necessario precisare, che il modo con cui si svolge la confessione è cambiato nel tempo. Possiamo dire che ha avuto una sua evoluzione, nel trascorrere dei secoli. La storia del sacramento della Penitenza, infatti, è stata – diverse volte – oggetto di studio. Il teologo e storico francese Cyrille Vogel, ha suddiviso la prima parte della sua storia – per quanto concerne modi e tappe – in quattro momenti principali: 1) L’epoca paleocristiana, con la penitenza antica; 2) L’alto medioevo, con la penitenza tariffata secondo la gravità dei peccati; 3) Il basso medioevo, fino al XII secolo, con la penitenza tariffata per i peccati occulti e con la penitenza pubblica per le colpe pubbliche; 4) Dopo il XII secolo, con la penitenza privata sacramentale

È a partire, dunque, dal XII secolo – quando si è cominciato a considerare l’intenzione e le motivazioni interiori dell’agire umana come decisive per considerare e valutare l’uomo e il suo comportamento – che nasce, in una certa misura, la confessione così come noi la conosciamo. E’ un cambio d’ottica, di non poco conto.  Tutto questo parte anche da una nuova concezione umanista, così si potrebbe definire, visto che al centro viene posta una certa attenzione sulla coscienza del penitente e sul suo mondo interiore, in modo da valutare la sua azione e il suo pentimento, in base alle motivazioni interiori del penitente stesso.

Ma prima, abbiamo capito, non era così che si svolgevano le cose. La celebrazione della penitenza e del perdono “pubblica” avveniva in questo modo. Prima, la richiesta di perdono veniva fatta al vescovo e, così, avveniva per il “peccatore”, l’ingresso nello stato dei Penitenti. Questo “status” poteva durare da pochi mesi a molti anni, o addirittura per tutta vita. Se accolta la richiesta di perdono, la riconciliazione avveniva per mezzo dell’imposizione delle mani, da parte del vescovo. Lo stato penitenziale era molto duro e impegnativo e molti iniziarono a rimandarlo fino all’età avanzata.

Più che la confessione pubblica, era lo stato dei penitenti ad essere pubblico. Ma, San Leone Magno, decide di vietare la confessione pubblica, dichiarandola illegittima e contraria alle norme apostoliche. La lettera 168, ne è una tangibile testimonianza: “Noi proibiamo che in questa occasione venga letto pubblicamente uno scritto nel quale sono elencati nei particolari i loro peccati. È sufficiente infatti che le colpe vengano manifestate al solo vescovo, in un colloquio privato”. Può essere considerato l’inizio del rito che si perpetua fino ai nostri giorni.

Nel primo medioevo – anche per opera del monachesimo – si sviluppano varie forme di confessione, che progressivamente sostituiscono l’antico “ordo poenitentium”. Questa nuova prassi si può dividere in tre fasi: confessione, assoluzione, penitenza.

Poi venne il Concilio Lateranense IV (1215). Leggiamo il decreto numero 21 di tale importante Concilio: “Ogni fedele dell’uno e dell’altro sesso, giunto all’età di ragione, confessi lealmente, da solo, tutti i suoi peccati al proprio parroco almeno una volta l’anno, e adempia la penitenza che gli è stata imposta secondo le sue possibilità (…). Il sacerdote sia discreto e prudente, come un esperto medico versi vino e olio sulle piaghe del ferito, informandosi diligentemente sulla situazione del peccatore e sulle circostanze del peccato per capire con tutta prudenza quale consiglio dare e quale rimedio applicare”.

Come abbiamo visto, nel corso della Storia della Chiesa, il rito della Riconciliazione ha avuto diversi sviluppi. Per citare uno dei documenti più recenti su questo fondamentale Sacramento, dobbiamo annoverare la “Lumen Gentium” del 1964: “Quelli che si accostano al sacramento della penitenza, ricevono dalla misericordia di Dio il perdono delle offese fatte a Lui e insieme si riconciliano con la Chiesa, alla quale hanno inflitto una ferita col peccato e che coopera alla loro conversione con la carità, l’esempio e la preghiera”.

Antonio Tarallo
su: www.sanfrancescopatronoditalia.it – articolo originale