Prendendoli tra le braccia

Solo chi è cresciuto nell’esperienza dell’amore può abbracciare l’idea di una relazione d’amore duratura.

Dal Vangelo secondo Marco (10,13-16)

In quel tempo, presentavano a Gesù dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono.
Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso».
E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, ponendo le mani su di loro.

 

 

La pericope evangelica che leggiamo oggi nella liturgia continua ed è intimamente legata a quella ascoltata ieri sull’indissolubilità del matrimonio.

Il vero problema di un matrimonio, ma lo stesso dicasi per tante altre cose della vita, non è dove si è arrivati, ma da dove si è partiti, come si è partiti e con quali progetti e aspettative. Troppo spesso ci si approccia al matrimonio sulla base dei sentimenti, della passione, dell’innamoramento, che sono cose belle, ma transitorie. È come voler scalare l’Himalaya perché la cosa ci ispira, la desideriamo, ma senza alcuna preparazione atletica e magari con le scarpette da tennis. Basta chiedere ad uno scalatore professionista per sapere che la scalata di una montagna è l’ultimo atto di un lungo processo di preparazione atletica e tecnica, del procurarsi la giusta attrezzatura, di una forte motivazione e preparazione psicofisica. Ma, soprattutto, ci verrà detto che non si arriva a scalare l’Himalaya senza aver prima tentato di scalare montagne più piccole.

Ecco perché Gesù parla di accoglienza dei bambini, di lasciarsi abbracciare come un bambino. Solo chi ha fatto esperienza dell’amore è capace di amare. Solo chi è cresciuto nell’esperienza dell’amore, dell’abbracciare e dell’abbandonarsi all’abbraccio di qualcun altro, può abbracciare l’idea del matrimonio. Se non abbiamo fatto l’esperienza dell’abbraccio misericordioso del Padre, come il figliol prodigo della parabola evangelica, se non abbiamo fatto l’esperienza di essere amati nonostante le nostre cadute e i nostri tradimenti, non saremo capaci di amare allo stesso modo, non tanto un coniuge, ma chiunque altro. Il problema non è il matrimonio, ma la mia incapacità ad amare secondo la misura dell’amore. E, dobbiamo dirlo fino in fondo, ci sono persone che non sono adatte al matrimonio e neanche a tutti quei suoi surrogati moderni di convivenza simil-matrimoniale. Chi non ha mai fatto i conti con la propria fragilità, con il proprio limite, con il proprio peccato, accogliendolo e nell’esperienza di venire accolti, abbracciati e amati nonostante tutto, è inadatto ad una relazione intima e duratura.