«Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Ma la fede cristiana non può accettare “rivelazioni” che pretendono di superare o correggere la Rivelazione di cui Cristo è il compimento.

Chissà se anche voi che mi leggete siete tra quelli che vi siete qualche volta soffermati a fantasticare sulla vita eterna? Cos’è? Come sarà? Magari ci siamo posti o abbiamo rivolto a Dio nella preghiera la fatidica domanda già pronunciata da quel ricco che corre da Gesù: Cosa devo fare per avere la vita eterna? (cfr. Lc 18,18; Mc 10,17; Mt 19,16).

Le questioni sono certamente intrecciate tra loro poiché da come ci si immagina la vita eterna dipendono anche le scelte che si adottano per conseguirla. Capita spesso, nei nostri ambienti ecclesiali, che a seguito della lettura di testi in cui sono riportate in vario modo le esperienze di personaggi mistici o cosiddetti veggenti, spesso intrise di toni apocalittici, si adottino degli atteggiamenti ascetici, marcatamente penitenziali, al fine di allontanare da sé o dal mondo “l’ira divina” e così conquistare il fatidico quanto difficile premio eterno…

Senza nulla togliere alla santa reputazione di molti mistici e veggenti della storia della Chiesa, è bene ricordare e ricordarci in questo contesto che il pubblico riconoscimento da parte della Chiesa della santità di questi uomini e donne (canonizzazione) non equivale ad una sorta di riconoscimento o approvazione dei contenuti delle loro rivelazioni che rimangono “private” senza alcun carattere normativo né aggiuntivo rispetto alla Rivelazione.

Così recita il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC, n. 67): «Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate “private”, alcune delle quali sono state riconosciute dall’autorità della Chiesa. Esse non appartengono tuttavia al deposito della fede. Il loro ruolo non è quello di “migliorare” o di “completare” la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica. Guidato dal Magistero della Chiesa, il senso dei fedeli sa discernere e accogliere ciò che in queste rivelazioni costituisce un appello autentico di Cristo o dei suoi santi alla Chiesa. La fede cristiana non può accettare “rivelazioni” che pretendono di superare o correggere la Rivelazione di cui Cristo è il compimento. È il caso di alcune religioni non cristiane ed anche di alcune recenti sette che si fondano su tali ”rivelazioni”».

Sempre il CCC riporta nel numero precedente, facendola propria, la citazione di un testo S. Giovanni della Croce in cui si afferma chiaramente che «chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse o novità al di fuori di lui».

San Paolo afferma di aver avuto visioni e rivelazioni del paradiso (cfr 2Cor 12,1ss), ma si guarda bene dal vantarsene e dal condividerle. Lo stesso fa san Francesco che mai nei suoi scritti, nemmeno nel Testamento dove ripercorre tutta la sua esperienza vocazionale, cita quella avuta presso la chiesetta di San Damiano dove il Crocifisso lo invia a restaurare la Chiesa. La stessa sua più alta esperienza mistica, sperimentata presso il monte della Verna da cui ne uscirà con il corpo segnato delle sacre stigmate, la terrà nascosta persino ai suoi confratelli più intimi fino alla morte! Come san Paolo, così san Francesco e tanti altri santi mistici, ritengono queste esperienze, com’è giusto che sia, un dono prezioso, ma personale, ribadendo, con le parole e la santità di vita, che ciò che conta è la conoscenza di Cristo e del suo amore “che supera ogni conoscenza” (Ef 3,19).

Cos’è, dunque, la vita eterna? È Gesù stesso a rivelarcelo e non poteva essere altrimenti! «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Nel momento più estremo della sua esistenza terrena, nel compimento dell’«ora» verso cui era protesa tutta la sua vita e missione, Gesù ci rivela cosa sia la vita eterna e come la si consegue: conoscendo Dio! E come si conosce Dio, chi è, cosa fa, cosa si attende dagli uomini? Come a Filippo e agli altri discepoli del cenacolo che vogliono conoscere Dio, vederlo, anche a noi Gesù risponde: Chi ha visto me, ha visto il Padre… Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. (cfr. Gv 14,8-11).

Con questa dichiarazione, solenne, irrevocabile, viene confermata l’affermazione iniziale dell’evangelista Giovanni: Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato (Gv 1,18). In tutto il Prologo al suo scritto evangelico, Giovanni non fa che prepararci a questa Rivelazione: la Parola, che tutto ha creato e tutto sostiene, è Dio ed essa si è fatta carne proprio per rivelarci Dio e la sua paternità. Chi crede in Gesù, nella sua Parola e nella sua opera di salvezza, diventerà, per Grazia, figlio di Dio e godrà dell’eredità di Dio, la vita eterna. La vita eterna, dunque, è la nostra eredità, ci appartiene “di diritto” per il fatto di essere generati quali figli di Dio per la fede in Gesù. La vita eterna è entrare in questo rapporto Padre-figlio, “rimanere” in Dio come Gesù è una sola cosa con il Padre e “rimane” in Lui.

Da ciò comprendiamo che la vita eterna non è un premio, bensì un dono che Dio fa a tutti coloro che rinascono a vita nuova, quali figli di Dio, per la fede nel suo Figlio. È un dono che inizia già nell’oggi della nostra storia poiché il Padre “ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore” (Col 1,13). Credere in Gesù, nella sua Parola, e osservare i suoi insegnamenti, è conoscenza di Dio ed è porta – Io sono la porta delle pecore (cfr. Gv 10,7.9) – che ci introduce già oggi nella vita eterna.

Cosa, perciò, piace a Dio e cosa vuole da noi? Che lo conosciamo come Dio-Padre d’amore e viviamo di conseguenza come suoi figli, guardando a colui che è la perfetta manifestazione della figliolanza divina, cioè il suo unigenito Figlio Gesù Cristo. E per questa conoscenza altro non abbiamo che la Parola di Dio, contenuta in tutta la Scrittura e in particolare nei vangeli che sono la “rivelazione” di Gesù Cristo, di chi è Dio Padre e del suo agire sugli uomini mediante il suo Spirito d’Amore. Ecco perché S. Girolamo poteva affermare che “ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo” e san Francesco poteva proporre come unica regola e “forma di vita” quella del Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.

Questa Parola, non solo viene a noi come rivelazione e insegnamento, ma anche e soprattutto come Parola di vita che produce vita eterna in chi la riceve nell’Eucaristia, che è Gesù stesso, Parola-fatta-carne, Corpo di Cristo. Nell’Eucaristia riconosciamo tutto il mistero di Dio, che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16) e lo facciamo nostro, lasciandoci trasformare da esso, passando ogni giorno dall’Eucaristia accolta nella celebrazione all’Eucaristia vissuta in una esistenza da figli di Dio.

Parola, Eucaristia e vita da figli di Dio, questa è la vita eterna, già oggi, e questa, con parresìa, “annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena” (1Gv 1,3-4).

fra’ Saverio Benenati

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