Mettere Gesù nella memoria significa metterlo nei nostri luoghi di morte, nelle relazioni sepolte nella memoria e rimaste incompiute, nei lavori rimasti in sospeso, nelle parole non dette o dette male.

«Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia».
– Matteo 27,59-60
Quel primo Venerdì santo, il sepolcro di Giuseppe d’Arimatea accolse il suo primo e forse ultimo ospite, Gesù di Nazareth. Nel testo originale greco, Matteo usa per “sepolcro” la parola mnēmeiō, che possiamo tradurre con “memoriale” proprio come un monumento funerario, un luogo dove sono custodite le spoglie mortali di qualcuno e se ne preserva il ricordo, la memoria. La parola, infatti, deriva da mnémeion da cui anche l’aggettivo “mnemonico”. Mnémé, poi, in greco significa memoria, ricordo di ciò che è stato e non si vorrebbe perdere.
Mettere Gesù nel sepolcro/memoria significa metterlo nei nostri luoghi di morte, nelle relazioni sepolte nella memoria e rimaste incompiute, nei lavori rimasti in sospeso, nelle parole non dette o dette male. Metterlo nei nostri archivi digitali e nelle nostre reti social pieni d’amore e di pena, di verità e di menzogne, di intimità e di tradimenti.
Come Giuseppe d’Arimatea mette a disposizione del corpo del Signore la sua tomba/memoria, così è necessario non perdere niente del mondo che è dentro di noi. Ricordi, sogni incompiuti che attendono una luce, frammenti in cerca di pace e compimento: è qui dove occorre mettere Gesù.
Il tempo di Quaresima è l’ideale per fare come Giuseppe affinché la Pasqua di Cristo porti luce e vita laddove ora ci sono solo tenebre e morte.
fra’ Saverio Benenati, OFM Conv.

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