I Vangeli delle quattro domeniche di Avvento tracciano un percorso ideale di evangelizzazione che dovrebbe segnare lo stile di vita di ogni discepolo di Cristo.

L’Avvento, lo sappiamo bene, è il tempo che, dando inizio al nuovo anno liturgico, ci fa guardare tridimensionalmente alla storia in quanto segnata dalla presenza veniente di Gesù: indietro, al passato, in quanto Egli è già venuto in mezzo a noi, Verbo fatto carne; davanti, all’oggi della nostra storia, in quanto Egli ogni giorno discende per le mani dei sacerdoti sull’altare come un giorno discese nel seno della Vergine Maria (S. Francesco); in alto, al futuro, in quanto Egli tornerà quale glorioso Re dell’universo.

La vita del cristiano, pertanto, fondata nell’esperienza salvifica del Cristo, realizzata col suo sacrificio pasquale duemila anni fa, e alimentata ogni giorno dalla Parola e dall’Eucaristia, sua reale e perpetua presenza nel mondo, è protesa all’edificazione del suo Regno mediante l’evangelizzazione e la carità. Perciò, il tempo di Avvento è una sintesi perfetta dell’esperienza di fede e di vita di ogni cristiano: dall’incontro con Cristo nella storia all’incontro eterno nella sua gloria. In questo senso assumono un particolare significato quattro parole che risaltano nei vangeli delle quattro domeniche di Avvento.

VEGLIATE! È l’ammonimento che Gesù ci rivolge nella prima domenica di Avvento. Non si tratta di un vegliare passivo e agitato come chi sta subendo una notte insonne. Gesù invita chiaramente i suoi discepoli, nell’attesa della sua venuta, a vegliare sui servi perché non si addormentino ma siano attivamente all’opera, ognuno secondo il proprio compito, cioè la propria vocazione-missione: “È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare” (Mc 13,34). Fate bene attenzione! Gesù paragona i discepoli al portiere a cui è affidato il compito di vegliare perché i servi non si addormentino. Quindi è un vegliare per s-vegliare chi è tentato di addormentarsi.

Compito, dunque, dei discepoli-missionari, particolarmente di noi che abbiamo abbracciato il Progetto Discepoli, è quello di svegliare la Chiesa sull’esempio di san Francesco. Troppi cristiani fanno addormentare la propria fede, tanto che è ormai una formula consolidata quella di dirsi cristiani “non-praticanti” = addormentati! Vegliamo, dunque, per svegliare quel gigante addormentato che è la Chiesa, nelle sue articolazioni di parrocchie, gruppi ecclesiali e singoli fedeli! Senza dimenticare il mondo.

PREPARATE! È la seconda parola che si aggiunge alla prima. La nostra chiamata non è soltanto quella a suonare la sveglia, ma a fare in modo che i cuori dei nostri fratelli più “piccoli” (nella fede) siano pronti ad incontrarsi con Gesù: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Mc 1,3). Come una buona mamma non soltanto sveglia i suoi piccoli dal sonno ma anche li aiuta a lavarsi e vestirsi per iniziare un nuovo giorno, così non basta e non ci deve bastare proclamare la salvezza, con le parole e la testimonianza, ai nostri fratelli, ma occorre che prepariamo i loro cuori ad incontrarsi, a desiderare di incontrarsi con Gesù per iniziare una nuova vita. “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via” (Mc 1,2). Evangelizzare non è solo proclamare Gesù Salvatore, ma anche e soprattutto preparare e indirizzare i cuori verso Gesù. È prendersi cura dei fratelli e accompagnarli con delicatezza e determinazione all’incontro con Gesù.

DATE TESTIMONIANZA! Come il Battista che “venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui” (Gv 1,7), così Gesù ci ha chiamati per inviarci nel mondo a rendergli testimonianza. Una testimonianza fatta di gesti prima che di parole. Sono i gesti del Battista che attirano l’attenzione delle folle. Guai se vivessimo il dono della vita nuova nell’anonimato o nella finzione, se non smuovesse le acque attorno a noi. Ed è questo movimento di gente che attira anche l’attenzione dei capi sul Battista tanto da inviargli una sorta di “polizia religiosa” per indagare su quanto sta avvenendo.
Spesso avviene che il Progetto Discepoli si diffonda per attrazione in vari paesi e città e suoni la sveglia per numerosi giovani addormentati. In tanti riscoprono la loro fede, cambiano vita, sono più presenti in chiesa, lodano e pregano il Signore con una luce particolare, evangelizzano portando altri fratelli a condividere la loro esperienza di fede… E così, i capi, in mezzo a questo “trambusto” che sveglia il placido sonno delle comunità locali, iniziano ad indagare, sospettosi di cotanto movimento. Com’è possibile che i giovani si siano svegliati senza il suono delle “mie” campane? Chi li ha svegliati? Con quale autorità ha fatto ciò? È questo il momento di dare una testimonianza “superiore”, di avere quella parresìa (franchezza) apostolica nel dire come il Battista “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete” (Gv 1,26) e come Pietro di fronte al sinedrio “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20). In questo senso, dare testimonianza, di fronte ai “capi”, oltre che in favore dei familiari, amici e colleghi, significa dare ragione del proprio cambiamento di vita, manifestare con coerenza la propria certezza di fede e far comprendere che non si sta agendo “in concorrenza” per fare cose nuove e diverse, ma per far risaltare quello che già è in mezzo a noi e ci appartiene in forza del nostro battesimo: Il mandato d’evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa. È la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare. (cfr. Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 14). E come ebbe a specificare San Giovanni Paolo II, “La nuova evangelizzazione non consiste in un nuovo Vangelo. […] La novità dell’azione evangelizzatrice riguarda l’ardore, i metodi e l’espressione”; e ancora: “Deve essere opera comune dei vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi e dei laici, opera dei genitori e dei giovani”.

NON TEMETE! Ed ecco l’ultima parola del percorso dell’Avvento. È un invito che si accompagna sempre alla rassicurazione che Egli, Dio, è con noi. La troviamo all’inizio dei Vangeli, rivolta a Maria, chiamata più che il Battista non tanto a “dare testimonianza alla luce” ma a mettere al mondo la Luce e dare alla luce il Salvatore del mondo! E la troviamo alla fine dei Vangeli quando Gesù inviando i suoi apostoli nel mondo per formare altri discepoli li rassicura dicendo: Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20).
Se noi siamo con Gesù, uniti a Lui come i tralci alla vite, e Lui è con e per noi, chi sarà contro di noi? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? (cfr Rm 8,31-39)

Se sapremo fare nostre queste quattro parole, allora saremo simili agli angeli che annunciano il Salvatore la notte di Natale. Quegli angeli che destano i pastori che vegliano le greggi, annunciano loro la venuta del Salvatore testimoniandolo con segni tangibili, indicando loro la via per incontrarlo con fiducia.: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (cfr Lc 2,1-14).

Per un discepolo-missionario di Gesù è ogni giorno Natale; ogni giorno ha l’opportunità di svegliare i fratelli, preparando e indicando la via dell’incontro con Gesù, senza timore, poiché Gesù è già in mezzo a noi, fino alla fine del mondo.

fra’ Saverio Benenati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *