Chi crede ha la vita eterna

O Cristo è essenziale per la nostra vita o rimane un accessorio.

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,44-51)

In quel tempo, disse Gesù alla folla:

«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

 

 

“Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Spesso, guardando alla fede cristiana, la si intende solo come qualcosa che riguarda la vita spirituale, l’anima del credente. Vista così è logico non considerare “bene essenziale” il rapporto con Dio, la preghiera come, soprattutto, la comunione eucaristica. Gli uomini possono fare a meno di recarsi in chiesa e di ricevere l’Eucaristia, ma non certamente del panificio del supermercato.

Senza voler creare insensate contrapposizioni tra la necessità del “pane quotidiano” (la salute in primis) e quella del “pane eucaristico”, quando però Dio diventa solo un accessorio della vita, anzi solo di una sua parte – l’anima spirituale del credente – allora sì che si creano indebite contrapposizioni.

Ma il pane che Dio ci dona, il Corpo di Cristo, è essenziale per la vita “del mondo”, per la vita dell’uomo nella sua dimensione creaturale, carnale e spirituale insieme.

Potremmo scomodare l’esempio di qualche santo credente che visse lunghi anni nutrendosi esclusivamente dell’Eucaristia oppure i numerosi miracoli eucaristici ancora constatabili in tanti santuari disseminati in varie parti del globo che confermano la verità della presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Ma preferiamo ricordare in questo contesto l’esempio dei martiri di Abitene giustiziati nel 304. Questi 49 martiri hanno affrontato coraggiosamente la morte, pur di non rinnegare la loro fede nel Cristo risorto e non venir meno all’incontro con Lui nella celebrazione eucaristica domenicale. Perché? non certamente per la sola osservanza di un “precetto”, visto che solo in seguito la Chiesa stabilirà il precetto festivo. Invece, perché i cristiani, fin dall’inizio, hanno visto nella domenica e nell’Eucaristia celebrata in questo giorno un elemento costitutivo della loro stessa identità. È quanto emerge con chiarezza dal commento che il redattore degli Atti dei martiri fa alla domanda rivolta dal proconsole al martire Felice: “Se sei cristiano non farlo sapere. Rispondi piuttosto se hai partecipato alle riunioni”. Ed ecco il commento: «Come se il cristiano potesse esistere senza celebrare i misteri del Signore o i misteri del Signore si potessero celebrare senza la presenza del cristiano! Non sai dunque, satana, che il cristiano vive della celebrazione dei misteri e la celebrazione dei misteri del Signore si deve compiere alla presenza del cristiano, in modo che non possono sussistere separati l’uno dall’altro? Quando senti il nome di cristiano, sappi che si riunisce con i fratelli davanti al Signore e, quando senti parlare di riunioni, riconosci in essa il nome di cristiano».

Tra le diverse testimonianze, significativa è quella resa da Emerito. Questi afferma, senza alcun timore, di aver ospitato in casa sua i cristiani per la celebrazione. Il proconsole gli chiede: “Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali? ”. Ed ecco la risposta di Emerito: «Sine dominico non possumus»; non possiamo, cioè, né essere né tanto meno vivere da cristiani senza riunirci la domenica per celebrare l’Eucaristia.

Il termine dominicum racchiude in sé un triplice significato. Esso indica il giorno del Signore, ma rinvia anche, nel contempo, a quanto ne costituisce il contenuto: alla Sua resurrezione e alla Sua presenza nell’evento eucaristico.

I martiri di Abitene sapevano bene quale fosse il bene di prima necessità.