Qual è l’immagine di Dio che Gesù ci ha offerto in sé stesso? Un Dio che ama fino al punto di morire sulla croce per l’uomo. Un Dio che l’uomo può flagellare, deridere, annientare sulla croce. Un Dio che perde sé stesso per salvarci.

Ogni anno la Chiesa, nella liturgia, rinnova il mistero pasquale di Cristo, della sua morte e risurrezione. In verità in ogni celebrazione eucaristica, particolarmente la Domenica, noi riviviamo la Pasqua di Gesù. Allora, che senso ha celebrare in una maniera così particolare ogni anno la Pasqua? Perché questi quaranta giorni di Quaresima, tempo penitenziale che ha il suo culmine nei riti di questa settimana santa? E cosa succede nei riti della Pasqua?

La domanda che dobbiamo farci è semplice: la celebrazione della Pasqua è qualcosa che riguarda Dio o è qualcosa che riguarda noi? Spesso si sente dire il venerdì santo, tra la gente come nei mass-media: Oggi è morto il Signore! oppure, la domenica di Pasqua: Oggi è risorto il Signore! Ma è veramente così? A Pasqua, ogni anno, il Signore muore e risorge? San Pietro scrive nella sua prima lettera che Cristo è morto una volta per sempre per i peccati (1Pt 3,18). Ciò che è avvenuto duemila anni fa nella città di Gerusalemme basta ed avanza!

Il cristiano, a differenza della mentalità religiosa pagana, non ha bisogno che Dio ogni anno muoia e risorga affinché la creazione e l’uomo abbiano la possibilità di continuare a vivere. Il tempo, per il cristiano, ha un punto di partenza, la creazione; un culmine: l’evento pasquale di duemila anni fa; un punto di arrivo: la ricapitolazione di tutto in Cristo, quando Cristo sarà tutto in tutti (cfr 1Cor 15,20-28). Dunque, ogni anno non ritorniamo punto e accapo! Dalla morte e risurrezione di Cristo è iniziato il tempo della missione di riportare ogni cosa in Cristo, di fare di tutti i popoli e nazioni discepoli di Cristo.

Ma, allora, cosa è e a cosa serve celebrare ogni anno la Pasqua? La Chiesa celebra ogni anno, in maniera unica e solenne, la Pasqua – e non dimentichiamoci che lo fa ogni Domenica! – per rendere attuale ai suoi figli i benefici di quell’evento unico e irripetibile. Ogni anno ci viene data la possibilità di vivere un tempo, quello quaresimale, in cui prendiamo atto che abbiamo bisogno di Dio, abbiamo bisogno della sua salvezza realizzata in Cristo Gesù, che abbiamo bisogno di riaccendere la nostra vita alla Luce pasquale di Cristo morto e risorto per noi. E questo perché, lungo il cammino che è iniziato con il nostro battesimo, subiamo continuamente la tentazione e di fatto spegniamo la luce pasquale con cui siamo stati accesi dal Risorto per essere a nostra volta luce del mondo, per infiammare il mondo finché Cristo regni su tutti gli uomini. La mèta finale ce la descrive bene il libro dell’Apocalisse quando dice che non avremo più bisogno né di luce di lampada né di luce di sole perché la gloria di Dio ci illuminerà e la lampada è l’Agnello, Gesù Cristo (cfr Ap 21,23; 22,5).

Se però la nostra luce si spegne, come nella parabola delle dieci vergini (Lc 25,1-13) in cui cinque di esse fanno spegnere la loro lampada, come potremo collaborare all’opera che Cristo ha iniziato duemila anni fa? Ecco il senso della Pasqua annuale: riconoscere che la nostra lampada si è spenta o quasi e così ritornare a riaccenderci alla luce di Cristo per continuare ad accendere il mondo!

Il fine della Pasqua siamo noi stessi, lucignoli fumiganti, e per mezzo nostro, per mezzo della Chiesa, questo mondo di tenebra e di peccato. Nella celebrazione della Pasqua la Chiesa, riconoscendo di essersi allontanata da Gesù, si ricollega alla sua luce, come quando rimettiamo la spina di una lampada alla presa di corrente. Staccati dalla presa ci spegniamo, riattaccati ci riaccendiamo. Celebrando la Pasqua riconosciamo che abbiamo bisogno di restare attaccati a Cristo, come i tralci alla vite, per portare frutto.

San Paolo, nel capitolo 4 della lettera agli Efesini, ci mostra questo dinamismo della fede cristiana. All’inizio ci dice di camminare secondo la vocazione battesimale che abbiamo ricevuto, cioè la santità di vita che deriva dal riconoscere l’unico vero Dio e il suo Figlio, Gesù Cristo, quale unico salvatore. Poi dice che ognuno ha ricevuto una grazia particolare dallo Spirito di Dio: chi quella dell’apostolato, chi quella dell’insegnamento, ecc. il cui fine è quello di edificare la Chiesa e di raggiungere tutti la perfetta unità con Cristo. Infine conclude con questa forte esortazione: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri, accecati nella loro mente, estranei alla vita di Dio a causa dell’ignoranza che è in loro e della durezza del loro cuore… rivestite l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. (cfr. Ef 4,17-24).

L’apostolo riconosce che lungo il cammino di crescita verso la nostra pienezza e perfezione che è Cristo, noi cambiamo passo, e riprendiamo a camminare alla maniera dei pagani, avendo i loro vani pensieri, accecati nella mente e diventati estranei alla vita di Dio, a causa dell’ignoranza e della durezza del nostro cuore. La conseguenza è quella di spogliarci della veste battesimale, che indica la nostra dignità di figli di Dio, per rimetterci le vesti dell’uomo vecchio, schiavo di una mentalità pagana.

Ecco, dunque, il nostro grande problema: il ritorno al paganesimo! Voi mi direte: No, noi non siamo pagani: noi crediamo in Dio, crediamo in Gesù, non negli idoli… Ed io vi dico: Ne siete certi?

San Paolo ci dice che il vero credente, quello che non è pagano, è rivestito dell’uomo nuovo, creato secondo Dio. È cioè l’uomo che si concepisce e vive ad immagine e somiglianza di Dio. Che, in fondo, è quello che ha fatto Gesù per noi: ci ha liberati dal peccato per restituirci l’immagine e somiglianza di Dio che abbiamo deturpata e persa con il peccato. Pagano è pertanto colui che non è ad immagine e somiglianza del Dio di Gesù Cristo.

Cosa voglio dire con questa affermazione che anche san Paolo sottende quando scrive di non comportarci come i pagani, con i loro vani pensieri e accecati nella mente? Noi percorriamo le vie dei pagani quando la nostra immagine di Dio non è quella rivelata da Gesù Cristo ma quella propria dei pagani che in Zeus ha il suo più alto prototipo.
Permettetemi di dirvi francamente che risiede proprio qui il nostro paganesimo, la cecità della nostra mente, tanto che san Paolo dice che dobbiamo rinnovarci nello spirito della nostra mente, dobbiamo cioè convertirci (conversione, dal greco metanoia, significa appunto cambiamento della mente). Abbiamo una mentalità distorta. Abbiamo una mentalità da pagani e non ce ne accorgiamo!

Il nostro vero grande problema è la nostra idea di Dio. Abbiamo una mentalità pagana perché per noi Dio non è il Padre buono e misericordioso di Gesù Cristo, ma Zeus, geloso delle sue prerogative, per cui nessuno può essere come lui. Anzi, quando qualcuno gli si avvicina un pochettino, allora lui lo punisce mandandogli qualche sofferenza, una cosiddetta “prova”, per rimetterlo al suo posto di uomo. Per noi Dio è Zeus, capriccioso e spesso crudele, che senza alcun motivo ogni tanto si diverte a mandarci qualche male e noi dobbiamo solo accettare la sua volontà insindacabile. Oggi gli andava di farmi stare male, di farmi girare storta la giornata, di far morire quel giovane in un incidente, di farmi venire un tumore… SIA FATTA LA SUA VOLONTÀ! Per noi, Dio è quel Zeus che appena sbagliamo, non osservando le sue leggi, allora ci scaglia addosso un fulmine per annientarci. Gli stessi apostoli hanno ceduto a questa visione quando chiedono a Gesù il permesso di far scendere un fuoco dal cielo per distruggere i samaritani che non l’hanno accolto (Lc 9,54). Viviamo costantemente con la paura di sbagliare, con la paura che Dio-Zeus ci punirà se sgarriamo. E perciò un giorno troveremo chiusa la porta del paradiso!

Ma questo non è il Dio di Gesù Cristo, non è il Dio della mia professione di fede! Noi viviamo la nostra vita spirituale in rapporto con una immagine di Dio distorta e per questo viviamo storti, camminiamo per vie storte e rendiamo storto anche il mondo che ci circonda.
Ad Andrea e Filippo che gli vanno a dire che ci sono dei greci che vogliono vederlo, Gesù risponde che è arrivato il momento di glorificare Dio, cioè di rendere manifesto Dio. E inizia a parlare di un seme che deve morire per portare frutto, di un perdere la propria vita per salvarla; parla cioè della sua imminente morte sulla croce (cfr Gv 12,20-33).
Questa è l’immagine di Dio che Gesù ci ha offerto in sé stesso: un Dio che ama fino al punto di morire sulla croce per l’uomo. Un Dio che l’uomo può flagellare, deridere, annientare sulla croce. Un Dio che perde sé stesso per salvarci.
Questa è la perfezione a cui san Paolo ci richiama: Gesù Cristo, l’uomo perfetto, perché ha riprodotto in sé pienamente, perfettamente, sulla croce, l’immagine vera di Dio (cfr Ef 4,13).

È questa immagine di Dio a cui dobbiamo somigliare e che dobbiamo testimoniare al mondo: Dio è amore fino alla follia della croce; Dio non è geloso delle sue prerogative, ma si è spogliato fino ad assumere la condizione di servo, umiliato fino alla morte di croce (cfr Fil 2,6-8); Dio non è un legislatore implacabile, ma scrive con il suo sangue un’unica legge: amare fino a dare la vita per l’altro (cfr Gv 15,13); Dio non è capriccioso nel suo agire, mandando a destra e a manca mali e sofferenze: Egli si è caricato delle nostre malattie e infermità (cfr Mt 8,17); Dio non ci punisce duramente se cadiamo nel peccato, ma si è fatto peccato in nostro favore (cfr 2Cor 5,21), perché ognuno di noi, come l’apostolo Giovanni, possa guardare e sperare sempre nell’amore di Dio: ecco, una porta era aperta nel cielo. (Ap 4,1)

Sì, c’è una porta nel cielo spalancata per l’uomo e questa porta è il costato di Cristo spalancato dall’amore incondizionato di Dio. A Pasqua abbiamo l’opportunità di riprendere il nostro cammino, abbandonando il paganesimo della nostra mente, rientrando per la porta del cielo che è Gesù Cristo (Pasqua significa appunto “passaggio”). Riprendiamo il nostro cammino verso la piena conoscenza di Dio attraversando quel passaggio aperto nel costato di Cristo.

fra’ Saverio Benenati

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