Matricola: un numero o un nome?

Essere una matricola non significa necessariamente essere un numero né un ingenuo inesperto alle prime armi.

 

 

Matricola, una parola che ha un significato ben preciso nel dizionario e negli ambienti universitari, ma ricca anche di meta-significati, tanti quanti sono coloro che hanno addosso questo soprannome.

Il termine matricola sta ad indicare il numero identificativo che l’ateneo assegna allo studente nel momento della registrazione al percorso di laurea a cui ci si è iscritti. In questo senso, rispecchia l’etimologia del termine che ha le sue radici nel Registro Mater (madre) – genitivo latino matris – o Libro Mastro in cui venivano registrati i nomi di coloro che avevano la facoltà di esercitare un’arte dopo aver superato un apposito esame. L’uso del Libro Maestro o Libro Mastro che dir si voglia, risale già all’epoca dei Romani che in quel registro annotavano oltre le generalità del soldato anche le sue qualità personali.

Nel linguaggio comune di oggi la matricola è il numero identificativo dello studente universitario, ma indica anche lo studente al suo primo anno di studi universitari. Un concetto che porta con sé una marea di sentimenti ed emozioni non sempre positivi. Da una parte segna il passaggio ad una nuova fase della propria vita, più matura ed indipendente, affrancata per certi aspetti dal “controllo” della famiglia di origine, ma dall’altra parte questo passaggio non è sempre facile. Si entra in un mondo sconosciuto ai più e ci si sente un po’ spaesati, fuori luogo, particolarmente nei primi giorni. Senza contare il fatto che, se si va a vivere in altre città, bisogna spesso fare i conti con una forzata convivenza con perfetti sconosciuti che hanno magari modi di fare che ci infastidiscono.

L’università è un percorso che, se affrontato male in partenza, può divorare un/a giovane. A volte si pensa che rincontrando all’università qualche vecchio amico/compagno delle superiori, non si sarà poi così soli. Invece, si scoprirà ben presto che ritrovarsi, ognuno preso dai propri orari di lezioni e dai propri impegni, è una mission impossible!

I primi giorni di università, allora, devono anche servire a stringere quante più amicizie possibili, identificando subito gli ambienti relazionali in grado di aiutarti nel percorso di studi, di sostenerti nei momenti di stress, capaci di ascolto più che di “sballo” poiché tentare di eludere i problemi equivale a mettere la polvere sotto il tappeto.

Essere una matricola non significa necessariamente essere un numero tra migliaia di altri numeri né un ingenuo inesperto alle prime armi. Il tempo dell’università è un arco temporale della propria vita che non va sprecato perché da come verrà vissuto dipenderà il tuo futuro, come vivrai la tua vita al di là dell’aspetto puramente professionale. Si potrà essere degli ottimi medici o architetti o giuristi o ingegneri… a livello professionale, ma intrattabili a livello relazionale, orgogliosi, arrivisti, senza un vero scopo nella vita se non quello del benessere economico.

Crescere nelle conoscenze intellettive senza una crescita a livello umano costituisce una pericolosa schizofrenia. Per tanti il tempo dell’università costituisce un tempo in cui ci si può concedere di tutto e di più, per altri è un tempo in cui occorre isolarsi dal mondo per concentrarsi sulle materie e così finire al più presto possibile. Come sempre vivere all’estremo è sempre pericoloso se non dannoso di suo.

Dio non ci ha fatti in serie, come il codice che identifica una matricola, ma unici, con dei doni e delle qualità che non devi necessariamente annacquare per farti accettare dal gruppo. Così come i tuoi talenti umani, morali e relazionali, la tua gioia di vivere, di scoprire cose nuove, di sognare e progettare il tuo futuro, i tuoi affetti e le tue amicizie, non devono essere come nascosti sottoterra nella speranza che, passato l’inverno, germoglieranno da soli.

Allora guardati intorno, cerca dei luoghi e ambienti relazionali empatici che ti possono sostenere in questa fase della tua vita, che ti facciano crescere in umanità, che sappiano orientarti non tanto negli studi – per quello c’è l’università – ma sul senso della vita, sul perché e come spendere i tuoi talenti in una società non sempre pronta e disposta ad accoglierti e a favorirti nell’inserimento nel mondo del lavoro, su quale impronta sei chiamato/a lasciare sulla terra. Sei chiamato a qualcosa di grande, di unico, che tu solo puoi fare ma solo se hai davanti un obiettivo grande e accanto i compagni giusti con cui condividere la fatica del cammino.

Un giorno, due giovani – Andrea e Giovanni – rimasero affascinati da ciò che si diceva di un uomo, un certo Gesù di Nazareth. Avendolo intravisto, si misero a camminargli dietro, quasi ad inseguirlo. «Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.» (Giovanni 1,30-39). Da quel giorno diventarono sì delle matricole, ma non un numero in un registro, bensì degli amici i cui nomi furono incisi reciprocamente nel cuore dell’altro.

Come Andrea e Giovanni non formarono un circolo chiuso tra di loro e col Maestro di Nazareth ma chiamarono subito altri amici a condividere questa esperienza, così ancora oggi ci sono giovani pronti ad accogliere altri giovani per condividere la gioia dell’incontro con Gesù e il loro essere comunità di persone, di amici, che hanno saputo dare un senso alla vita, chiamate a lasciare un’impronta indelebile nel mondo. Vieni anche tu e vedi con i tuoi occhi!